Erdogan e l’ultimo peshmerga

I peshmerga, i guerriglieri curdi del Pkk di Abdullah Ocalan, hanno iniziato ieri a lasciare il territorio della Turchia per ritirarsi sulle montagne del Kurdistan iracheno. A breve, li seguiranno tutti i duemila peshmerga che hanno dato vita negli ultimi trent’anni a una guerra che ha fatto quarantamila morti. Il patto siglato il 21 marzo tra gli emissari del premier turco, Recep Tayyip Erdogan, e Abdullah Ocalan, detenuto dal 1999 nell’Alcatraz turco dell’isola di Imrali, prevede che, a ritiro terminato, il governo turco vari una nuova Costituzione che concederà una sostanziale autonomia al Kurdistan turco.
4 AGO 20
Immagine di Erdogan e l’ultimo peshmerga
I peshmerga, i guerriglieri curdi del Pkk di Abdullah Ocalan, hanno iniziato ieri a lasciare il territorio della Turchia per ritirarsi sulle montagne del Kurdistan iracheno. A breve, li seguiranno tutti i duemila peshmerga che hanno dato vita negli ultimi trent’anni a una guerra che ha fatto quarantamila morti. Il patto siglato il 21 marzo tra gli emissari del premier turco, Recep Tayyip Erdogan, e Abdullah Ocalan, detenuto dal 1999 nell’Alcatraz turco dell’isola di Imrali, prevede che, a ritiro terminato, il governo turco vari una nuova Costituzione che concederà una sostanziale autonomia al Kurdistan turco. Se – e quando – questo processo sarà compiuto, i Kurdistan di Iraq e Turchia costituiranno, se non due stati, una nuova, forte nazione, articolata in due regioni federate a Iraq e Turchia, integrate, con un “effetto contagio” destabilizzante nei Kurdistan di Iran e Siria. Per questo i leader curdi Massoud Barzani e Jalal Talabani (presidenti del Kurdistan e dell’Iraq) hanno lavorato alla pacificazione tra Erdogan e Ocalan. Per questo Israele, che da decenni opera con i suoi servizi nei Kurdistan di Iraq e Turchia, ha favorito questo percorso. La normalizzazione tra Ankara e Gerusalemme non si è soltanto giocata sulle scuse israeliane per la Mavi Marmara, ma anche sul discreto contributo di Mossad e Shin Bet nella “moral suasion” pacificatrice con Ocalan e con il Pkk.
Prende così forma una nuova “frontiera sunnita” di contenimento dell’espansionismo dell’Internazionale sciita iraniana che dà prova della sua pericolosità in Siria. L’ex segretario di stato americano Condi Rice lavorò anni fa a un “containment” dell’Iran, basato sul “muro sunnita” di Egitto, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati del golfo; ma il crollo del regime di Mubarak ha vanificato quel progetto. Allora Erdogan giocava un spregiudicato ruolo “neutrale e trattativista” con l’Iran. Oggi Erdogan teme l’Iran come suo potenziale nemico: da qui la sua disponibilità – sino a ieri impensabile – alla pacificazione col Pkk; da qui la ripresa dei rapporti con Israele e la richiesta alla Nato di dispiegare in Turchia i missili Patriot a far muro non tanto a un attacco siriano, quanto a una qualche avventura iraniana.